Un campione superstizioso

Un campione superstizioso

Ognuno di noi ha le proprie credenze. Che si tratti di vere e proprie superstizioni o consuetudini ormai consolidate, tutti ne hanno almeno una.

Ciò è vero per le persone comuni come per quelle più popolari e, anzi, spesso le “celebrità” sono quelle che possiedono le più bizzarre e originali.

È così anche per il grande campione Alberto Ascari a cui sembra non mancare nulla in fatto di superstizioni.

Il celebre pilota, infatti, era molto famoso nel mondo delle corse per la sua forte superstizione.

Non partecipava mai ad un Gran Premio senza la sua maglia e il suo casco azzurri e stava bene attento ad indossare le scarpe da corsa in un determinato ordine.

A Monza alzava il piede dall’acceleratore sempre negli stessi punti, cambiava marcia sempre nello stesso momento e dava un colpo di freno sempre e soltanto in un determinato posto.

Inoltre, non si separava mai da due regali avuti dai figli: una madonnina ed un portachiavi.

Non mancavano, tuttavia, nemmeno le superstizioni più comuni: Ascari non ha mai nascosto la sua superstizione verso il sale, le gobbe, l’olio, i gatti neri e i numeri, in particolare il 13.

A proposito di questo, è curioso notare che le lettere che compongono il nome Alberto Ascari sono proprio 13, così come quelle che formano il nome del padre Antonio Ascari. Alberto, inoltre, nacque il 13 luglio e morì il 26, il doppio di tredici. Guarda caso lo stesso numero dipinto sulla Lancia D50 del “tuffo” in mare avvenuto durante il Gran Premio di Monaco del 1955.

Ascari sapeva essere così convincente nella sua scaramanzia da avere coinvolto anche l’amico e collega Villoresi, il quale prese da lui l'abitudine di gareggiare sempre con la stessa maglietta.

Proprio a fronte di tutto questo, Villoresi rimase profondamente scosso dalla morte del campione in virtù del fatto che il giorno dell'incidente venne meno a tutte le sue abitudini scaramantiche: prima fra tutte, non prendere mai in mano un volante il 26 del mese, giorno della morte del padre.

In quell’occasione non indossava nemmeno la sua maglietta portafortuna e il suo inseparabile casco azzurro.