Quella maledetta curva

Quella maledetta curva

Sull’asfalto rimane il segno di una frenata, inspiegabile, e fuori pista una macchina accartocciata: la Ferrari 750 di Castellotti.

Ma a pochi metri di distanza non c’è il corpo inerte del giovane pilota, bensì quello del grande Alberto Ascari.

Tutt’intorno solo un insolito silenzio, simbolo di sgomento generale.
Nessuno riesce a spiegarsi cosa sia successo al terzo giro, all’altezza della curva del Vialone dell’Autodromo di Monza, che verrà successivamente denominata curva Ascari e, dopo le modifiche effettuate al tracciato, Variante Ascari.
Ma soprattutto c’è una domanda che rimane in sospeso, che nessuno osa fare ma che tutti stanno pensando: perché si è messo alla guida?

 

Soprattutto se lo domanda seduto in tribuna l’amico Villoresi, che non molto tempo prima l’aveva visto allontanarsi in direzione dei box.

Ascari si trovava a Monza solo per assistere alle prove di Castellotti, che qualche giorno più tardi correrà con una Ferrari la 1000 Chilometri-Gran Premio Supercortemaggiore. Lui non è nemmeno iscritto.

Una decisione quindi, quella di mettersi al volante, che infrange ogni regola: quella macchina appartiene ad una scuderia avversaria e potrebbero esserci problemi con l’assicurazione.

Inoltre, è il 26 del mese e Ascari, inspiegabilmente, lo ignora mettendosi alla guida.

Sono trascorsi solo pochi giorni dall’incredibile incidente di Monaco e forse è proprio quel fatto a convincerlo a rinunciare alla scaramanzia.

 

“Ha avuto paura di aver paura” commenterà saggiamente a distanza d’anni Villoresi.

Paura che il terribile incidente sul circuito di Montecarlo avesse avuto delle conseguenze gravi, paura di non essere più lo stesso: una paura che incendia in lui la voglia di dimostrare di essere il campione di sempre.

Probabilmente già li immagina i titoli dei quotidiani il giorno seguente “Ascari è tornato in pista”, “Ascari è inarrestabile”, d’altronde non può immaginare cosa invece saranno costretti a scrivere.

 

E così ecco Alberto Ascari, in camicia e con il casco prestatogli dall’amico Castellotti, andare incontro ad una sorte a cui era probabilmente già destinato quattro giorni prima ma che per miracolo era riuscito ad evitare.

Chi era presente quel giorno racconta di averlo visto uscire come un siluro dalla curva, di aver udito un boato e poi più nulla.
È morto così Alberto Ascari, l’unico pilota italiano ad essersi aggiudicato due volte il campionato mondiale di Formula 1.

Esattamente trent’anni dopo la morte del padre e alla stessa età (36 anni), a bordo di una Ferrari, casa automobilistica che, ironia della sorte, più di ogni altra gli aveva dato soddisfazioni e successi.

Le ragioni di quella disperata frenata e dell’assurda sterzata a sinistra sono ancora oggi misteriose. Qualcuno parla di malore, altri di errore del pilota o guasto tecnico; altri ancora dei postumi dell’incidente di Montecarlo. C’è addirittura chi pensa che la cravatta, scompigliata dal vento, gli abbia ostruito la visuale mandandolo fuori pista.

Quello che è certo è che sono manovre assurde, insolite per un campione del calibro di Alberto Ascari. L’amico Villoresi ha sempre affermato che siano state provocate dall’improvviso attraversamento della carreggiata da parte di un operaio del cantiere che stava lavorando alla costruzione della pista di alta velocità, versione che verrà confermata quasi cinquant’anni dopo da un testimone oculare (all’epoca un bambino sette anni).

Ma forse, semplicemente, si è trattato di quel destino che riesce a compiersi comunque, nonostante si cerchi di contrastarlo in tutti i modi.