Mi chiamava Ciccio

Mi chiamava Ciccio

Si abusa spesso dell’inflazionata espressione “tale padre tale figlio”, ma stavolta è proprio il caso di dirlo!

Il grande campione Alberto Ascari, classe 1918, figlio d’arte e un’impeccabile carriera che vanta due titoli iridati, condivide con il padre Antonio, oltre ad un’irrefrenabile passione per le corse, anche una serie di inquietanti coincidenze.

 

Antonio Ascari è il più grande pilota italiano degli anni ’20. Al volante dell’Alfa Romeo, infatti, riesce a trionfare al Gran Premio d’Italia del 1924 sul circuito di Monza stabilendo lo strabiliante record sul giro di 3'34"600, alla media di 167,753 km/h, che rimane imbattuto fino al 1931.

Ha l’abitudine di portare con sé alle corse suo figlio, che lui chiama affettuosamente “Ciccio” e che ben presto diventerà il grande campione Alberto Ascari, anche se ciò indubbiamente crea nel giovane uno shock maggiore quando, due settimane prima che compia sette anni, il padre perde la vita proprio mentre sta conducendo il Gran Premio di Francia per tentare di vincere il primo Campionato del Mondo Marche (precursore dell'odierna Formula 1).

 

La drammatica scomparsa del padre avviene il 26 luglio del 1925 per un incidente automobilistico all’età di 36 anni. Ed è proprio questa una delle inquietanti coincidenze che accomunano i destini di padre e figlio.

Anche Alberto Ascari muore in pista il 26 del mese all’età di 36 anni. Inoltre, l’ultimo numero dell’anno di nascita di entrambi è l’otto (1888 per Antonio, 1918 per Alberto) e di quello di morte è il cinque (1925-1955).

 

Le modalità con cui i due perdono la vita, come abbiamo detto, sono terribilmente simili: a padre e figlio si rivela fatale un incidente in pista, avvenuto affrontando una curva veloce che girava verso sinistra alcuni giorni dopo essere sopravvissuti miracolosamente ad un altro incidente. Antonio, infatti, si schianta a Montlhéry nel corso del Gran Premio di Francia, mentre al volante dell’Alfa Romeo P2 percorre un tornante di 500 metri di raggio che sorge nei pressi di Hostellerie Saint Europe.

Alberto, invece, muore all’Autodromo di Monza: si trova lì per assistere alle prove libere dell’amico Castellotti, ma non riesce a trattenersi dalla tentazione di mettersi al volante della sua Ferrari 750.

 

Alberto Ascari non è quindi riuscito a spezzare il filo di un destino fatale, chissà se sarebbe bastato, a salvarlo, non tradire quell'istinto di sopravvivenza che gli imponeva di non mettersi al volante il 26. Per nessun motivo, nemmeno per la chiamata di un caro amico.